Mio figlio frequenta una scuola multiculturale.
Sta in periferia, è multiculturale per cause di forza maggiore.
L'impreparazione alla multiculturalità è palpabile, direi ingombrante. Quello che devo ancora capire poi è di che preparazione avremo mai bisogno, ma vabbè.
Succede così che ci ritroviamo in una classe dove i bambini italiani non raggiungono la metà, mentre il resto è variamente composto da piccoli di almeno sette nazionalità diverse.
Succede che la maestra si lamenta perché un bambino di tre anni, al primo anno, non parla italiano.
Succede che se decidi di non far frequentare l'ora di religione a tuo figlio, perché è un insegnamento che non condividi alla materna, allora tu sei il genitore degenere che causerà per sempre un senso di esclusione al bambino. Tu, non loro che fanno scegliere se frequentare o meno ma non propongono alternative vere e proprie.
Succede che non ci si prova nemmeno, le maestre, a imparare a pronunciare i nomi dei bambini stranieri. Si cambiano e basta, italianizzati al volo, a orecchio, che è più facile.
Succede che c'è la mamma romena che rinnega la sua stessa cultura, e la lingua che non parla più, e impara a scimmiottare l'italiano medio che "in questa classe ci sono troppi extra-comunitari, cambio scuola". Giuro.
Succede anche che i filippini stanno antipatici un pò a tutti perché non vanno alle feste di compleanno degli altri e fanno gruppo chiuso, anche se partecipano sempre ai regali.
Succede che la maestra intima alla mamma di un bambino straniero di parlarci in italiano pure a casa che se no se lo scorda l'italiano, poi.
Metà dei bambini di questa classe ha la fortuna di crescere bilingue: c'è chi parla arabo, chi russo, chi polacco, chi spagnolo. L'altra metà ha la fortuna di crescere in un contesto dove si gioca insieme anche se si parlano lingue diverse, e ci si può insegnare a vicenda a chiamare quello stesso oggetto nella propria lingua.
Io mi ritrovo a parlare al parco dopo scuola, tutte sulla panchina, come alle medie, con donne di Cracovia, Casablanca, Odessa, dell'Ecuador, ed è interessante anche solo sapere come si fanno la tisana per la tosse dall'altra parte del mondo, per quanto mi riguarda.
Che praparazione ci serve? Siamo tutte donne, tutte lì a parlare delle stesse cose, ma per fortuna con tante sfaccettature diverse ed è bello: chi è con i jeans, chi sopra i jeans porta il velo, chi non mangia maiale, chi mangia cose assurde per gli altri, chi ti descrive il costume tradizionale che il bambino indosserà al matrimonio dello zio, chi ti racconta della villa abbandonata di Eva Braun, chi si stupisce che conosci Odessa (poi le racconti che duepalle ti ha fatto tuo marito con La corazzata Potemkin, allora è tutto chiaro :) ).
Purtroppo però alle riunioni senti le maestre annunciare con espressione afflitta, e cercando l'occhiata complice nell'italiano medio di turno, che "la classe quest'anno sarà ancora più mista".
"Signora, ha capito tutto? No? E lo so che dobbiamo fare, io solo l'italiano parlo, stiamo in Italia...Si-gno-ra allora LUNEDì, sì, tra TRE giorni...porta la bambina qui, QUI. E poi ci pensiamo noi...come ha detto che si chiama?? Oh mammania e come si dice 'sta cosa? Vabbè...V-A-L-E-N-T-I-N-A, la chiamiamo Valentina qui, va bene? Ecco meno male."
In questo caso il problema è anche di preparazione, è questione di quel razzismo ignorante che serpeggia tra gli italiani,che non è nemmeno troppo un razzismo ideologico.
Ma il problema soprattutto è di voglia di fare, è quella che manca. Ci vorrebbe davvero poco in una classe del genere a inventarsi un gioco in cui, non so, si cantano i nomi degli oggetti in italiano così tutti li imparano e poi magari si ripetono in russo, o in arabo che ne so, insegnati dai bambini stessi. Sarebbe bello, partecipativo e non creerebbe l'escluso di turno. Non ci sarebbe bisogno di chissà quali strumenti né di insegnanti extra.
O invece di escludere i bambini dalla recita di Natale, si potrebbero cantare canzoncine un pò più "universali" o diverse canzoni di varie culture, visto che tutte le mamme sarebbero d'accordo e lo so per certo. Perché una recità è un momento bello in cui stanno lì, impacciati e emozionati con quelle magliettine in tutte le sfumature di rosso, e alle mamme della canzoncina col bue e l'asinello non gliene può fregare di meno, a nessuna, che la lacrimuccia tanto ce la perdiamo a prescindere.
Sta in periferia, è multiculturale per cause di forza maggiore.
L'impreparazione alla multiculturalità è palpabile, direi ingombrante. Quello che devo ancora capire poi è di che preparazione avremo mai bisogno, ma vabbè.
Succede così che ci ritroviamo in una classe dove i bambini italiani non raggiungono la metà, mentre il resto è variamente composto da piccoli di almeno sette nazionalità diverse.
Succede che la maestra si lamenta perché un bambino di tre anni, al primo anno, non parla italiano.
Succede che se decidi di non far frequentare l'ora di religione a tuo figlio, perché è un insegnamento che non condividi alla materna, allora tu sei il genitore degenere che causerà per sempre un senso di esclusione al bambino. Tu, non loro che fanno scegliere se frequentare o meno ma non propongono alternative vere e proprie.
Succede che non ci si prova nemmeno, le maestre, a imparare a pronunciare i nomi dei bambini stranieri. Si cambiano e basta, italianizzati al volo, a orecchio, che è più facile.
Succede che c'è la mamma romena che rinnega la sua stessa cultura, e la lingua che non parla più, e impara a scimmiottare l'italiano medio che "in questa classe ci sono troppi extra-comunitari, cambio scuola". Giuro.
Succede anche che i filippini stanno antipatici un pò a tutti perché non vanno alle feste di compleanno degli altri e fanno gruppo chiuso, anche se partecipano sempre ai regali.
Succede che la maestra intima alla mamma di un bambino straniero di parlarci in italiano pure a casa che se no se lo scorda l'italiano, poi.
Metà dei bambini di questa classe ha la fortuna di crescere bilingue: c'è chi parla arabo, chi russo, chi polacco, chi spagnolo. L'altra metà ha la fortuna di crescere in un contesto dove si gioca insieme anche se si parlano lingue diverse, e ci si può insegnare a vicenda a chiamare quello stesso oggetto nella propria lingua.
Io mi ritrovo a parlare al parco dopo scuola, tutte sulla panchina, come alle medie, con donne di Cracovia, Casablanca, Odessa, dell'Ecuador, ed è interessante anche solo sapere come si fanno la tisana per la tosse dall'altra parte del mondo, per quanto mi riguarda.
Che praparazione ci serve? Siamo tutte donne, tutte lì a parlare delle stesse cose, ma per fortuna con tante sfaccettature diverse ed è bello: chi è con i jeans, chi sopra i jeans porta il velo, chi non mangia maiale, chi mangia cose assurde per gli altri, chi ti descrive il costume tradizionale che il bambino indosserà al matrimonio dello zio, chi ti racconta della villa abbandonata di Eva Braun, chi si stupisce che conosci Odessa (poi le racconti che duepalle ti ha fatto tuo marito con La corazzata Potemkin, allora è tutto chiaro :) ).
Purtroppo però alle riunioni senti le maestre annunciare con espressione afflitta, e cercando l'occhiata complice nell'italiano medio di turno, che "la classe quest'anno sarà ancora più mista".
"Signora, ha capito tutto? No? E lo so che dobbiamo fare, io solo l'italiano parlo, stiamo in Italia...Si-gno-ra allora LUNEDì, sì, tra TRE giorni...porta la bambina qui, QUI. E poi ci pensiamo noi...come ha detto che si chiama?? Oh mammania e come si dice 'sta cosa? Vabbè...V-A-L-E-N-T-I-N-A, la chiamiamo Valentina qui, va bene? Ecco meno male."
In questo caso il problema è anche di preparazione, è questione di quel razzismo ignorante che serpeggia tra gli italiani,che non è nemmeno troppo un razzismo ideologico.
Ma il problema soprattutto è di voglia di fare, è quella che manca. Ci vorrebbe davvero poco in una classe del genere a inventarsi un gioco in cui, non so, si cantano i nomi degli oggetti in italiano così tutti li imparano e poi magari si ripetono in russo, o in arabo che ne so, insegnati dai bambini stessi. Sarebbe bello, partecipativo e non creerebbe l'escluso di turno. Non ci sarebbe bisogno di chissà quali strumenti né di insegnanti extra.
O invece di escludere i bambini dalla recita di Natale, si potrebbero cantare canzoncine un pò più "universali" o diverse canzoni di varie culture, visto che tutte le mamme sarebbero d'accordo e lo so per certo. Perché una recità è un momento bello in cui stanno lì, impacciati e emozionati con quelle magliettine in tutte le sfumature di rosso, e alle mamme della canzoncina col bue e l'asinello non gliene può fregare di meno, a nessuna, che la lacrimuccia tanto ce la perdiamo a prescindere.
Bello bello bello!
RispondiEliminaAndrea
Grazie grazie grazie! :)
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