venerdì 11 ottobre 2013

La chiave



"Questa è la chiave".
Un inequivocabile accento russo la risvegliò dal suo torpore.
Fissava un punto fuori dal finestrino appannato dell'autobus, scorrendo lo spettacolo delle luci della città accese da poco; la gente per strada che si insaccava col naso nella sciarpa per trovare rifugio da quell'aria gelida che le sere di Dicembre hanno spesso.
Fortuna che era salita alla stazione e almeno stava seduta.
"Come, scusi?", chiese con tono incerto alla sua vicina di sedile. Aveva un cappello ficcato bene sulla testa che le nascondeva quasi del tutto gli occhi. Il sorriso buono invece, quello si vedeva. Con le sue mani grasse e generose, questa la incoraggiò a prendere l'oggetto che le stava porgendo.
"Tu prendi."
"Che cos'è?"
"Regalo...".
La sua espressione doveva apparire più frastornata di quanto immaginasse, nonostante il palese sforzo di sembrare perfettamente presente e attenta, perché la donna sentì il bisogno di scartare il pacchettino e depositarne il contenuto direttamente sul palmo della sua mano, che le aveva aperto senza che lei provasse nemmeno a opporre resistenza.
Con espressione didascalica era poi passata a mostrarle la funzionalità del suo regalo. Apriva e chiudeva, con gesti ampi e lenti.
Lei annuiva, senza aver tuttavia abbandonato il pensiero in cui si era incastrata poco prima, col naso sul vetro, cullata così meravigliosamente dallo spettacolo della fontana di Piazza Esedra tutta illuminata.
"Regalo! Tuo." l'imponente donna russa la incitò a darsi una svegliata. Lei allora sorrise.
Solo in quel momento abbassò lo sguardo sull'oggetto che la sconosciuta aveva voluto donarle, chissà perché poi.
Era un portachiavi, di un metallo qualunque, colorato di vernice dorata. Una cosa terribilmente kitsch. Si apriva e si chiudeva con uno di quei moschettoni ampi.
"La chiave!" ribadì la russa.
Lei sorrise di nuovo, con cordialità quasi sincera, ma senza riuscire a celare nel suo sguardo un che di interrogativo.
La russa tuttavia, ormai soddisfatta, si voltò dall'altra parte.
Sconosciute su un autobus qualsiasi, strette sui sedili freddi e rovinati, ognuna era tornata al suo silenzio, ai suoi pensieri. Alla distanza di sicurezza che si costruisce bene, come un muro di cinta dal quale ogni tanto ci si affaccia per pochi istanti ma che è subito pronto ad accoglierci e nasconderci un attimo dopo.
Erano immobili e silenziose ora, come due marionette che avevano finito il loro teatrino.
L'espressione frastornata non aveva lasciato il suo volto, ci aveva messo poco a rimettersi alla rincorsa di quel pensiero in cui si stava rotolando fino a pochi minuti prima. Gli correva dietro senza mai riuscire ad entrarci bene dentro, era frustrante, allora non poteva distrarsi.
La russa l'aveva osservata, dall'inizio, ma lei non se ne era accorta. Aveva frugato nella sua borsa vistosamente, senza che l'altra però si accorgesse nemmeno delle gomitate date quasi per sbaglio, per attirare la sua attenzione. Aveva dovuto dirglielo allora, che era per lei, quel regalo.

"Io scende", annunciò solenne la donna dell'est.
Disturbata per l'ennesima volta nel suo inseguimento mentale infinito, lei si spostò e sorridendo con cordialità, la fece passare, non senza difficoltà oggettive.
L'autobus rallentò e la donna, ormai arrivata davanti alla porta centrale, le rivolse un ultimo sguardo bonario. "Auguri.", disse. E scese dall'autobus, sottobraccio alla sua amica che prima sedeva tre sedili più avanti e con cui si era finalmente rincongiunta. Entrambe le avevano sorriso, ancora, prima di diventare solo due goffe ombre che scomparivano lentamente nel buio del marciapiede.

Lei l'aveva salutata con un cenno del capo e un "Grazie". L'aveva detto piano piano, come quando stai zitto per un po' e non ti esce subito la voce, come quando le parole partono da sole. Un grazie, che non sapeva nemmeno lei perché: non per il portachiavi, non per gli auguri.
Un grazie misterioso e automatico, tanto quanto quello strano regalo.
Era arrivata alla sua fermata, che poi era il capolinea. Prese la grossa borsa che si portava sempre dietro e si ficcò il portachiavi in tasca.
Scese dall'autobus. Il freddo le schiaffeggiò le guance, ora bruciavano. Doveva camminare fino a casa, si mise le mani in tasca per ripararle da quel gelo e iniziò a giocherellare con l'oggetto di metallo. Poi lo tirò fuori, pensò che non lo aveva nemmeno guardato bene, ancora.

Un timone.
Era il timone di una nave.


(Continua. Chissà dove, chissà quando...)


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