Aspettavo l'autobus seduta su quella cosa bianca e scomoda che chiamano panchina, in una delle allora "nuove" fermate bianche.
Era sera, piuttosto tardi, ma ero in una zona trafficata così il via vai di macchine non mancava.
Quando sei sola, di notte, al buio, la testa fa dei percorsi suoi: la mia aveva deciso che avevo un pò di paura.
Non era quella paura che ti paralizza, quella che hai di fronte a un pericolo reale.
Esiste un livello di paura, quando il pericolo è ancora ipotetico, che stimola il pensiero ribelle e io ero a quel livello. Suppongo si chiami sopravvivenza.
E' il momento in cui ti incattivisci e stai pronta sulla difensiva, che non si sa mai.
Quello però è anche il momento in cui penso che il fatto di dover avere paura della gente mi sembra un controsenso, una cosa fuori da ogni logica. Ecco, io non vorrei mai dover avere paura di un'altra persona.
Mi vengono in mente certi viaggi di notte, sempre da sola, su autobus e treni, in cui spesso ero l'unica donna (a parte il fatto che mi sono sempre chiesta dove diavolo fossero, allora, le donne, visto che dicono che siamo molte di più nel mondo, e io non ne beccavo mai un'altra). Quei viaggi in cui bastava uno scatto strano di un tizio dall'aria poco sobria, o un sorrisino non richiesto, per farmi saltare su, mettere la maschera da "cattiva" e lanciare occhiate di sfida al mondo mentre con la testa continuavo a dirmi che però non era giusto. Che il semplice fatto di non essere sola doveva bastare, che il fatto di condividere quello spazio con altri esseri della mia specie con cui ero progettata per interagire e comunicare efficacemente doveva essere una cosa buona, utile, normale. O meglio, che mi sarebbe piaciuto davvero, che le cose fossero andate così. Che così dovrebbe andare. Pensavo. Penso.
E così quella sera l'autobus tardava ad arrivare alla fermata. Ero stanca, avevo anche sonno e un po' di tensione.
Mi sentivo sola, lì. In realtà la mia sensazione aveva un fondamento: ero effettivamente sola.
Mi guardavo attorno e vedevo fortezze di cemento, luci lontane e proiettili in corsa sulla strada.
Quella sera ho immaginato che i muri scomparissero e io potessi vedere all'interno, dentro i nidi degli altri: allora vedevo la mamma stanca che cullava il suo bambino; quei due laggiù che facevano l'amore; quell'altro che si era addormentato col libro in mano e la bavetta sulla guancia; e lui che non riusciva a dormire e fumava alla finestra; lei rientrava con le scarpe in mano per non fare rumore; qualcuno moriva; qualcun altro nasceva, lì intorno, da qualche parte.
Poi ho fatto sparire le automobili e la gente camminava sulle strade: c'era chi correva, in ritardo; chi tornava a casa stanco; chi portava una valigia; chi un grosso pacco; chi non si reggeva in piedi dal sonno; chi chiacchierava; chi litigava; chi cantava. Tutti erano lì, e andavano, facevano il percorso insieme.
Improvvisamente non ero più sola. Sentivo i rumori, la vita; c'era.
Un attimo dopo le pareti si erano ricostruite, più nere di prima.
Le persone, sulla strada, erano state inglobate dai loro rifugi di ferro e vetro.
Ero sola. Sola tra la folla.
Ed eravamo tutti soli tra la folla; lo siamo.
A me piace pensare che dietro i muri ci sia vita.
Mi piace pensare che non ci scontriamo solo per caso o per disattenzione. Ma per sentire che ci siamo.
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