giovedì 2 ottobre 2014

"Bainitto! Bainitto!"

C'è un'attività alla quale, ultimamente, mi sto dedicando con una certa assiduità (vabbè oltre a cercare lavoro e a fare figure barbine negli uffici, intendo) ed è l'interprete di bambini al parco.

Abbiamo un parchetto a quaranta passi da casa e un tempo ancora clemente che concede pomeriggi luminosi all'aperto, così praticamente tutti i giorni ci facciamo la nostra oretta di socializzazione con la fauna locale.

Ecco, socializzazione è un parolone. Provateci voi a capire dei piccoli roscetti che vi sputacchiano addosso a raffica regole di giochi, domande e osservazioni varie, chi con la zeppola, chi senza denti, chi con l'accento che in confronto Robert Carlyle è la regina Elisabetta.





Però sono bellini, eh. Selvatici esattamente come ti aspetteresti dalla loro latitudine: manica corta d'ordinanza, atteggiamento disinvolto, atleticità e spirito di avventura lampanti; che ti giri un attimo e te li ritrovi in cima all'altalena, seduti a cavallo sul palo di legno e non ti capaciti di come ci siano arrivati, per dire.

Ma le mamme, in tutto ciò? Ah, bella domanda. Le mamme non ci sono, al parco; e io che speravo di socializzare, tsè.
L'unica sfigata seduta sulla panchina, con l'aria sfatta, sono io (e la mia amica italiana o Fabio, quando andiamo insieme). 
Come riconoscimento alla mia incontestata ed esclusiva autorità genitoriale sul parchetto, l'altro giorno un quattrenne con gli occhiali ha deciso di farmi perdere due anni di vita incastrandosi con entrambe le ginocchia tra le sbarre troppo strette della ringhiera dello scivolo. Sono stati lunghissimi minuti di manovre e indicazioni in un inglese che, per l'evenienza, ha deciso di palesarsi in modo più stentato del solito. 
No, ma grazie, bambino scozzese, della premura.

E insomma, durante questi pomeriggi, capita che io venga tirata in mezzo e debba produrmi in interessanti esercizi di traduzione simultanea:
"Is that yoooouR car?"
Nicco sorride, poi mi guarda interrogativo, traduco, annuisce.
"They are speaking another language", fa il biondastro, con aria vaga, al fratellino più piccolo (quello che poi mi farà divertire a scastrarlo dallo scivolo, per capirci).
"We were speaking Italian!", li sgamo.
"And you can speak English as well...?"
"Yes! He is still learning but I can"
"So, you can speak English and French!", esordisce il piccoletto, con una leggera zeppola; "No, she said Italian, not French!", lo corregge ridendo il fratello. 
"In which country do you speak Italian?", continua curioso il più grande.
"...Italy!", rispondo con aria ovvia e sorridente.
"Oh, Italy".

Bene, il contatto è stato stabilito.
Dopo avermi indicato quale fosse casa loro, avermi informata che sabato sarebbe stato il suo settimo compleanno e avermi fatto sapere che nella zona vivono tanti bambini e sono tutti amici, mi propone di tradurre per Nicco così possono giocare insieme.
"Could you ask him if he wants to play game of taaaake?"
"Game of...?"
"Two of us run and the other one has to catch them...(segue dettagliata quanto a tratti incomprensibile descrizione delle regole del gioco, grazieadio, mimate con ampi movimenti)"
(Acchiapparella, pe' capisse)

Spiego a Nicco, che accetta con entusiasmo e parte il gioco. Anzi no, prima del gioco c'è la conta, per scoprire a chi tocca cominciare, e pure qua ci siamo capiti a gesti, ma quello che conta è il risultato, no?
La conta stabilisce che stia al piccoletto, il quale rosica visibilmente, al che il grande si avvicina propondendogli l'affare: toccami così inseguo io. Affare fatto. Trenta secondi dopo il grande aveva già acchiappato Niccolò, che praticamente ha fatto la "Black sheep" (nome tecnico illustratomi dal giovane scozzese, per indicare quello che deve rincorrere gli altri) per quasi tutto il tempo perché i due erano tipo un'associazione a delinquere: il grande, imprendibile; il piccolo, provocatore ("I'm heeeeere, catch me...I'm right heeeere, hey!"), era l'esca più facile a cui puntava Nicco. Solo che una volta acchiappato, il fratello si faceva prendere di nuovo e riprendeva il mio sprovveduto cinquenne che quindi rosicava a bestia.

E' stato divertente. 
Ho imparato le regole di acchiapparella in inglese. 
Niccolò ha stupito tutti, me per prima, con un'improvvisata mossa tattica per la serie "Fingiti morto, attira l'attenzione e poi salta su e acchiappali".  
Io ho fatto il tifo per Nicco come una vera mamma italiana, incitandolo ripetutamente al grido di: "Vaaaai, Nicco!".

Tutto bene, insomma.
Peccato che ora per i bambini della zona mio figlio si chiami: "Baaaainitto!".  




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