E insomma quello lì basso ma non troppo va a scuola. Da due settimane, per essere precisi.
Non senza una decisa punta di orgoglio, annuncia a parenti e amici italici che lui va già alle elementari mentre in Italia all'età sua vanno alla materna. (Ognuno trova i suoi personali "motivational")
Per sedare ogni possibilità di ansia nascente o nascosta, vi dirò che sta andando tutto bene. Non lo dirò tanto per dire, bensì perché è vero.
Avete presente tutta la storia dei bambini che si adattano facilmente-ma sì dove lo metti lo metti-vedrai che si ambienta subito-i bambini sono spugne? Ecco, è vera.
Ne ho le prove.
Primo giorno di scuola. Vado a prenderlo all'uscita.
Domandona da un milione di dollari sterline, tanto tipica quanto odiosa e, dicono, scoraggiante: "Come è andata oggi?".
Risposta: "Benissimo! Ho pianto poco poco, solo perché a mensa non ritrovavo la maestra. Ah la maestra è BRAVISSIMA e mi aiuta sempre, ci facciamo sempre OK con la mano. Abbiamo cantato, imparato le letterine, ho scritto sullo schermo del computer e con delle lavagnette! E poi abbiamo guardato i cartoni in classe col proiettore! Che bella questa scuola!". (Voce fuori campo: "Azz!")
Non un riferimento al fatto che non capisse un'acca di quello che dicevano maestra e compagni, non un segno di scoraggiamento dovuto al fatto che lui di inglese sa quattro parole in croce e le abbina con creatività. Nulla.
Mi ha raccontato il primo giorno esattamente come se fosse stato il primo giorno in Italia.
Questa cosa è fantastica.
La scuola che frequenta Nicco è una normalissima scuola pubblica, nemmeno una delle più "in" e centrali ad essere onesti.Si tratta di una scuola mediamente piccola, in cui non c'è più di una sezione per classe. Le classi vanno dalla P1, che si comincia a cinque anni, alla P7, che si fa a dodici; quindi c'è una discreta varietà di fasce d'età all'interno. La cosa mi spaventava un po' perchè immaginavo bulletti dodicenni che me lo chiudevano nell'armadietto o nel bagno, invece mi sono, felicemente, tranquillizzata quando mi ha raccontato che, mentre piangeva a mensa perché si era perso, proprio i ragazzini dell'ultimo anno lo hanno raccattato e riportato in classe sua dalla maestra. E in generale mi dce che gli chiedono sempre se è tutto ok, "anche se non piango, mamma"; gli stanno dietro insomma. Poi, che c'ha la bulla di cinque anni in classe che gli tira pugni dietro la schiena durante la lezione, è un'altra storia.
Le classi sono organizzate in maniera molto differente dalla nostra, nel senso che c'è un continuo interscambio tra le classi "vicine", così P1 e P2, oltre a procedere con programmi simili, spesso collaborano.
Non ci sono le porte. Si tratta di stanzoni, condivisi da due o tre classi, divisi in stanzette usando librerie e scaffali vari, in cui ci si muove abbastanza fluidamente tra uno spazio di lavoro e l'altro. La cosa fantastica è che non c'è confusione. (E apro parentesi: prima o poi ruberò la formula magica che permette ai "nordici" di crescere questi figli facilmente gestibili in luoghi come ristoranti, banche, uffici ecc.Ma in realtà la formula ce l'ha anche mia mamma, sono io che pecco, vabbè)
Il metodo di insegnamento è snello, stimolante e creativo. Ogni settimana, il lunedì, la maestra consegna l'Homework Jotter, che sarebbe un quadernino fornito da lei in cui incolla una piccola scheda con scritti i compiti da fare a casa, e questo va riconsegnato il venerdì, che è il giorno delle interrogazioni. Per il fine settimana non vengono dati compiti e trovo che sia molto giusto.
Oltre al quadernino dei compiti, ogni bambino ha una scatolina che contiene cartoncini su cui sono stampate alcune lettere. Al momento abbiamo: a,p,t,i,n,s. Mano mano vengono aggiunte altre lettere e si approfondiscono un po' alla volta. Con queste lettere a casa dobbiamo esercitarci a leggere e scrivere, possibilmente in maniera creativa, tipo: ritagliando dal giornale parole che inizino con quella lettera, disegnare oggetti che ce l'abbiano come iniziale, scrivere le letterine col glitter, pasticciando con la schiuma da barba, con la pittura e con qualunque cosa ci venga in mente ecc., esercitarci a formare paroline mettendo in ordine le lettere a nostra disposizione, cose così. Dopodiché, io sono un po' nazista e le sue belle paginette piene di "P" gliele faccio fare; però allo stesso tempo seguo il metodo proposto con enorme entusiasmo. Anche perché vedo che funziona, nonostante ogni volta si sfiori la tragedia quando dico a Nicco di venire a fare i compiti (ma quello è perché lui deve lamentarsi sempre e comunque, in preda alla sua precocissima pre-adolescenza -.-). Però dicevo che funziona perché dopo due settimane che stiamo qui, e partendo completamente digiuno di lettura e scrittura, ogni tanto mi legge una parola nuova e io rimango come una scema.
Insomma ci piace, sono andati in gita, fanno cose interessanti e tutte le maestre di tutte le classi lo conoscono per nome e sono molto disponibili. Per non parlare della preside, che è deliziosa; e mai avrei sognato nella vita di poter affiancare le due parole "preside" e "delizios*", capite.
Restando in tema "persone fichissime", concluderò citando Ursula, che non è la strega della Sirenetta ma una dolcissima signora tedesca che lavora per l'Ufficio Scuole nel reparto Bilinguismo (perché qui esiste qualcuno che si occupa SOLO dei bambini non madrelingua inglese, negli uffici), che è venuta a trovarci A CASA qualche giorno prima che cominciasse la scuola. Ursula e io abbiamo chiacchierato scalze sul mio divano per un'oretta, lei mi ha portato un faldone di depliant e documenti vari con cui mi ha: spiegato l'intero sistema scolastico scozzese, dato informazioni dettagliate sulla scuola di Nicco (tipo le cose da mettere nell'astuccio, addirittura), sottolineato l'importanza del continuare a parlare italiano con lui, offerto sostegno per qualunque problema.
Il primo giorno di scuola mi arriva un sms alle otto e mezza:
"Best wishes for Nicco's first school day.
Ursula".
Va bene, per il momento Scozia 1-0 Italia.
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